Maggio 1986. E’ un brutto periodo per l’Aspromonte, considerato dall’opinione pubblica covo di latitanti di ‘ndrangheta, di sequestratori e sequestrati, di malaffare in genere. Una montagna inaccessibile, si diceva, anche per la carenza di sentieri segnati. Forse per questo, spingerci nell’interno inesplorato e smontare l’immagine distorta di territorio insidioso e di limiti invalicabili ci affascinava oltremodo, rappresentava una sfida che avevamo voglia di vincere. In un pomeriggio di primavera, io e ed altri amici stiamo seduti attorno a un tavolo per discutere di nuovi itinerari escursionistici, come spesso ci capitava di fare da un paio d’anni. Eravamo costantemente impegnati a trovare un modo per attirare l’attenzione dei media sulla nostra montagna, convinti delle sue grandi potenzialità ma ci voleva un’idea dirompente. Alfonso disse la sua…. riteneva che, partendo da una spiaggia del litorale ionico, si potesse raggiungere a piedi la statua del Redentore a Montalto in circa tre giorni percorrendo in buona parte l’alveo di una fiumara. L’esperienza era già stata affrontata parzialmente in passato, riguardando un solo corso d’acqua. Qual’ era dunque la vera novità? Tenemmo a freno l’entusiasmo per spronare l’ideatore di questa nuova avventura a dire di più, a svelarne i dettagli. E lui non si fece pregare; disse ancora che avremmo potuto dividerci in gruppi di due, tre persone al massimo e ciascun gruppo percorrere una diversa fiumara fin dove possibile per poi raggiungere, più o meno contemporaneamente, la sommità del massiccio affidandosi all’istinto, alle mappe IGM e ad una bussola. Ed inoltre, come valore aggiunto, l’impresa avrebbe dovuto avere ripercussioni sulla stampa nazionale. Il progetto era ambizioso ma fummo tutti d’accordo. Prendemmo da subito alcune decisioni importanti che riguardavano il carico massimo trasportabile, la quantità e qualità dei viveri, il tipo di tenda, le dotazioni per l’attraversamento degli specchi d’acqua, il materiale fotografico e persino la ricerca di sponsor nazionali per la fornitura di alimenti e attrezzature speciali. La discussione si animò poi sulla scelta dei corsi d’acqua ma dopo appena mezzora decidemmo che le fiumare sarebbero state “La Verde”, “Bonamico”, e “Amendolea”. Seguendone il tracciato, almeno per ipotesi, saremmo potuti arrivare quasi in prossimità della mèta con difficoltà superabili ma, come vedremo, non andò proprio così…. I giorni a seguire furono di grande fermento. Si stabilì di partire a fine luglio sfruttando il periodo di secca delle fiumare. Era necessario organizzare un campo di accoglienza a 1400 metri di quota e per questo fu scelta la zona del casello di Canovai, più o meno equidistante dalle direttrici dei tre corsi d’acqua. In quegli anni ero particolarmente dedito alla fotografia. Con la mia Olympus semi manuale mi divertivo a scattare diapositive ovunque, soprattutto durante le escursioni. Non avrei mai rinunciato a documentare quella risalita; bisognava però proteggere con cura il corpo macchina, gli obiettivi e le pellicole, specie negli attraversamenti in acqua. Fu così che adattammo allo scopo un contenitore di plastica per le olive col tappo a vite, uno per ciascuno, perfettamente ermetico, che si rivelò utilissimo. Meno brillante fu l’idea di portare con noi il siero anti vipera (muniti di siringhe, senza mai aver fatto una puntura!) che invece dev’essere assolutamente conservato in frigo. Non c’è dubbio che, in caso di morso, sarebbe stato il siero a ucciderci, assai prima del veleno. I giri di telefonate nei giorni che precedettero la partenza furono incessanti. Sentivamo il bisogno di confrontarci su tutto: contenuto degli zaini, abbigliamento, cibo e perfino sulla cassetta del pronto soccorso. D’altra parte, a proposito di soccorso, un mal di testa o di pancia durante la risalita ci poteva anche stare ma, ad esempio, una frattura a un osso o un’intossicazione avrebbe complicato enormemente le cose (i cellulari non erano stati ancora inventati!). Dunque, la convinzione comune era quella di affrontare quest’avventura con un pizzico di incoscienza. Valeva la pena rischiare. Un giorno prima di partire avvertimmo la più vicina stazione dei carabinieri sulla costa (che, dopo un attimo di smarrimento, presero sul serio la faccenda) e tanto valse a farci stare relativamente tranquilli. Il 31 luglio, in orari diversi, fummo accompagnati da vari amici in auto ai rispettivi punti di partenza; c’eravamo incontrati la sera precedente per gli ultimi dettagli ma quella mattina ogni gruppo si mosse in modo autonomo. Andrea e Franco si fecero lasciare alla foce della Bonamico, Massimo e Roberto sull’Amendolea, Alfonso, io e Barbagallo sulla La Verde.

 

 

Barbagallo era un fotografo giornalista freelance sulla trentina che in quel periodo lavorava per la rivista “Atlante”. Una volta contattato, accettò con entusiasmo di partecipare alla sfida. A lui fu affidato il compito di pubblicare un articolo che descrivesse la spedizione, tassello fondamentale per raggiungere il nostro scopo. Noi della La Verde ci incamminammo da Samo per affrontare quasi subito la grande briglia oltre la quale iniziano le gole. Ricordo Il cielo azzurro intenso e il caldo ancora sopportabile. Vissi quegli instanti con trepidazione tenendo la fotocamera sempre a tracolla e fu subito naturale darsi da fare, con l’obiettivo puntato a valle, privilegiando le inquadrature in controluce.

Le gole, con le pareti a picco sul greto bianchissimo, offrivano uno scenario naturale formidabile che ci fece rimanere incantati. La prima giornata trascorse in relativa tranquillità. La pendenza in quel tratto non era eccessiva e l’alveo, ancora regolare, ci consentì un’andatura sostenuta nonostante il peso degli zaini. Pranzo al sacco e pochissime soste. Sperimentammo da subito l’uso delle gocce di amuchina per sterilizzare l’acqua di fiumara e renderla potabile, incrociando le dita. Intorno alle sette di sera il sole era sparito da un pezzo dietro le montagne e decidemmo di accamparci su di una piccola radura ai bordi del corso d’acqua. Montammo la tenda (sponsorizzata da una nota marca) e preparammo la cena a base di pastasciutta cotta su fuoco alimentato con legna recuperata sul posto. Poco più tardi fummo avvolti dal buio assoluto accompagnati dal costante e lieve rumore di sottofondo dell’acqua in lontananza. In tenda, a causa della mole di Barbagallo che decise di sistemarsi in mezzo, io e Alfonso ci perdemmo di vista fino al mattino seguente. Dormii poco e male, uno dei due russava tanto (di sicuro Barbagallo) ed ebbi spesso la tentazione di venire allo scoperto ma poi mi addormentai, che quasi albeggiava. La mattina del giorno seguente ci divertimmo un bel pò. L’acqua diventò alta (e fredda), la fiumara formava pozze profonde da superare a nuoto, che ci costrinsero spesso a trasbordare gli zaini e le attrezzature da una sponda all’altra usando un canotto gonfiato poco prima e assicurato ad una corda. In ventiquattr’ore non incontrammo anima viva (nè uomini nè animali) e a metà giornata ebbi per la prima volta la sensazione di essere lontano da tutto.

Durante il cammino il giornalista ci raccontava dei suoi viaggi nel mondo. Era stato persino in Alaska e in Australia per descrivere luoghi e persone. Teneva tuttavia a farci sapere che ciò che stava vedendo e vivendo, già in quelle prime ore, non era da meno rispetto alle esperienze vissute dai lui in passato e questo ci riempiva di orgoglio. Così come ci aspettavamo, la pendenza a un tratto aumentò di parecchio, l’alveo si restrinse e macigni enormi ostruivano di continuo il passaggio.

Ai bordi della fiumara, un groviglio inestricabile di vegetazione ci impediva di aggirare gli ostacoli. Si andava avanti con fatica, il più delle volte arrampicandosi. Il corso d’acqua divenne tumultuoso e spesso impossibile da guadare imponendoci di trovare continue soluzioni per non rimanere bloccati. Alla fine di questa seconda giornata fu facile addormentarsi. Persino il russamento mi conciliò il sonno. Il terzo giorno ci svegliammo molto presto e dopo una rinfrescata in acqua e un buon caffè fumante ci mettemmo tutti e tre intorno a una cartina topografica per decidere il da farsi. Consapevoli che quella sarebbe stata una giornata cruciale, non c’era tempo da perdere. Prima o poi avremmo dovuto abbandonare il corso d’acqua e tentare la risalita lungo uno dei costoni di roccia che incombevano sul nostro bivacco improvvisato. Qualche foto ancora e poi subito in cammino tra massi ed acqua, frastornati dal rumore fragoroso delle cascatelle sempre più frequenti lungo l’alveo. Dopo qualche ora di vero e proprio torrentismo in risalita, ci trovammo difronte ad una bellissima cascata, incastonata nella roccia e immersa in un contesto naturale straordinario. Se l’istinto non ci stava ingannando, eravamo in zona Forgiarelle e dunque, in linea d’aria, abbastanza vicini alla mèta. Un bagno ristoratore sotto il potente getto e poi di nuovo in marcia. Alle due del pomeriggio, dopo un pasto frugale a base di miele e latte condensato, facemmo il primo tentativo di risalita allontanandoci dal corso d’acqua ma andò a vuoto. Bastò un centinaio di metri di arrampicata sul versante destro per accorgerci che era impossibile proseguire: pareti quasi verticali e nessuna alternativa. Senza scoraggiarci torniamo indietro. Dopo un’altra occhiata alla cartina, tentiamo l’approccio sul versante opposto. Gravati dal peso degli zaini, scalammo il pendio a passi piccoli e lenti. Allontanandoci dalla fiumara, era tornato il silenzio. Nessuna idea precisa su quanto sarebbe durata la risalita nè dove esattamente saremmo sbucati. Comunicando a gesti e sguardi ci alternammo in testa al gruppo. Dopo circa un paio d’ore molto faticose ci convincemmo di esserci mossi nella giusta direzione. Il cielo luminoso sopra di noi preannunciava la vicinanza di un pianoro. Non ci sbagliavamo perché di lì a poco ci trovammo di nuovo a qualche decina di metri dall’alveo di un tranquillo torrente, il Ferraina, affluente della La Verde e imboccato un agile sentiero arrivammo al casello di Canovai intorno alle cinque del pomeriggio. Fummo accolti festosamente dagli amici che avevano allestito il campo. Degli altri ancora nessuna notizia.

Montata la tenda, mi diedi da fare per aiutare nei preparativi della cena. Era già il momento dei racconti ma il pensiero era rivolto costantemente ai nostri compagni d’avventura che ancora non si erano fatti vivi. Un paio d’ore dopo, grazie a Dio, arrivarono al campo anche Roberto e Massimo, reduci dalla fiumara dell’Amendolea. Dissero di essere stati costretti ad abbandonare l’alveo prima del previsto a causa della franosità dei versanti e di aver avuto enormi difficoltà nel guadagnare quota e raggiungere un sentiero percorribile. Grazie al loro senso di orientamento erano riusciti a raggiungere l’obiettivo ma la complessità del territorio li aveva costretti ad allungare di molto il tragitto con maggior dispendio di energie. Nel frattempo, tre volontari tra quelli che avevano allestito il campo, raggiunsero in automobile la località Materazzelli per accogliere gli ultimi due escursionisti con i quali era stato fissato un appuntamento, grosso modo intorno alle sette di sera. Intanto però al campo base si era fatta mezzanotte e non si era ancora visto nessuno. Regnava il silenzio. Eravamo già tutti in tenda dentro i nostri sacchi a pelo. Nonostante la stanchezza, avevo gli occhi sbarrati nel buio pensando ad Andrea e Franco. Chissà come mai ancora non erano rientrati con i ragazzi della staffetta. Chi o cosa li aveva fermati? Mi addormentai molto tardi con quest’assillo in testa.

Di buon mattino, consumammo la colazione su uno dei tavoli rustici dell’area picnic sotto l’ombra di un ciliegio. C’era una certa apprensione. Ormai da molte ore non avevamo più notizie dei nostri amici e già si pensava di raggiungere anche noi in fretta la zona dell’ante cima per capire cosa fosse successo e casomai per dare l’allarme. Smontato il campo, ci apprestammo ad affrontare a piedi la lunga sterrata in salita che da Canovai conduce a Materazzelli.

Zaini in spalla, procedevamo in fila indiana a passo spedito, preoccupati ma speranzosi che tutto si sarebbe risolto per il meglio. Giunti sul posto però non c’era anima viva e non passavano auto. Restammo ancora qualche ora nei paraggi, sempre più preoccupati e indifesi rispetto a quanto stava accadendo. Quando finalmente li vedemmo spuntare, stipati in cinque nella centoventisette, ci furono grida liberatorie; avevamo accumulato molta tensione ma ora almeno potevamo goderci con serenità il resto di quella particolare giornata. Ci raccontarono che la sera precedente, non vedendoli arrivare, i tre della staffetta decisero di andargli incontro spostandosi nei pressi del bivio per Polsi e poi in discesa per un breve tratto lungo la strada che porta al santuario, inoltrandosi anche a piedi nei boschi limitrofi. Dopo un tempo imprecisato di ricerche inconcludenti si ritrovarono al punto di partenza piuttosto scoraggiati. Solo più tardi seppero che i due, nell’impossibilità di proseguire lungo la fiumara e dopo alcuni inutili tentativi di risalire gli impervi versanti, sopraffatti dalla fatica, con un residuo di lucidità e forze avevano deciso innanzitutto di alleggerirsi abbandonando gli zaini tra le rocce e di muoversi poi lungo un percorso a quota costante portandosi in prossimità della medesima strada ma parecchio più a valle rispetto alla zona delle ricerche. A quel punto uno dei due, prima che facesse buio, allungò il passo per raggiungere velocemente il luogo dell’appuntamento. Arrivò stremato e in ritardo ma, per fortuna, trovò gli altri ancora ad attenderlo. Data l’ora, decisero poi di pernottare tutti e cinque presso il casolare di un amico nei pressi di Gambarie e di raggiungerci il mattino seguente. Ora però potevamo finalmente proseguire tutti insieme verso il traguardo finale e intorno alle otto di sera stavamo già seduti in cerchio, sotto la grande statua del Redentore, con un bel fuoco scoppiettante al centro; tra un racconto e l’altro, il sole spariva dietro i Peloritani regalandoci un tramonto superbo dal colore rosso porpora. Allestimmo le tende e ci preparammo a trascorrere la notte.

Nei giorni che seguirono mettemmo in atto la seconda parte del progetto: pubblicare su riviste nazionali il resoconto di quella spedizione, impazienti di mostrare come l’Aspromonte è in realtà, selvaggio e affascinante, ricco di sorprese, capace di suscitare forti emozioni che rimangono impresse nella memoria di chi lo attraversa. E in parte ci riuscimmo. Gli articoli non tardarono ad arrivare in edicola, suscitando curiosità e interesse diffuso. Ma era solo l’inizio ed eravamo ben consapevoli che la cattiva fama è difficile da sradicare. Tuttavia la strada era stata tracciata e, proseguendo con tenacia e passione, avremmo potuto contribuire nel nostro piccolo ma efficacemente a migliorare le sorti di questo martoriato territorio sperando nella sua rinascita.

 

RC 01/12/2014 Joseph Moricca